Tributario

Valido l’accollo degli oneri fiscali

di Antonino Porracciolo

È valido l’accordo con cui l’acquirente si accolla il pagamento degli oneri fiscali dovuti dal venditore. Si tratta comunque di un accollo interno, che non ha alcun effetto nei confronti dell’ente impositore, e quindi non modifica l’obbligazione dell’alienante nei confronti del Fisco. Lo ricorda il Tribunale di Palermo (giudice Paolo Criscuoli) in una sentenza dello scorso 9 luglio.

Nel 2007 le parti in lite avevano concluso un contratto di compravendita di un terreno. L’accordo prevedeva che l’acquirente avrebbe tenuto «indenne e sollevata la venditrice da ogni onere fiscale» derivante dalla vendita. Successivamente l’agenzia delle Entrate aveva notificato alla donna un avviso di accertamento; nell’atto si chiedeva il pagamento di 16mila euro per plusvalenza maturata con la vendita, nonché altri 6.000 euro a titolo di sanzioni. La destinataria dell’atto aveva aderito all’accertamento e si era impegnata a versare a rate l’importo richiesto dalle Entrate. Su istanza della donna, il Tribunale aveva poi emesso un decreto, con cui si ingiungeva all’acquirente di pagare l’importo indicato nell’avviso di accertamento.

Il compratore ha proposto opposizione contro il provvedimento monitorio, chiedendone la revoca. L’attore ha sostenuto che l’accollo previsto nel contratto di compravendita era nullo perché contrario all’articolo 40 della legge 246/1963. Dal canto suo, la venditrice ha chiesto il rigetto dell’opposizione, deducendo la validità della clausola in base all’articolo 8 dello Statuto del contribuente.

Nell’accogliere parzialmente la domanda dell’opponente, il Tribunale osserva, innanzitutto, che l’articolo 40 concerne il «contributo di miglioria specifica» e non l’imposta sugli incrementi di valore delle aree fabbricabili. In ogni caso, nel sistema tributario - afferma il giudice siciliano, richiamando la sentenza 3577/1995 della Cassazione - «non si rinviene alcuna clausola o precetto generale relativo alla dedotta nullità di patti di accollo in materia di onere dell’imposta». Resta ferma, comunque, «l’ovvia insensibilità di tali patti rispetto al rapporto Fisco-soggetto passivo».

Peraltro, tali conclusioni - si legge ancora nella motivazione - «trovano ulteriore e dirimente riscontro» nella legge 212/2000 («Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente»), che «ammette esplicitamente la “negoziabilità” del debito» verso il Fisco: infatti, l’articolo 8, comma 2, di quella legge consente «l’accollo del debito d’imposta altrui senza liberazione del contribuente originario». Di conseguenza, la venditrice ha diritto di «ottenere dall’opponente il pagamento delle somme che la stessa è stata chiamata a versare quale maggiore» Irpef, dovuta all’Erario a seguito alla compravendita. Tuttavia, l’acquirente - prosegue la sentenza - non è tenuto a corrispondere alla donna l’importo di 6.000 euro, richiesto per sanzioni. Infatti, tale debito scaturisce da un fatto ascrivibile a colpa della venditrice, che «ha omesso un adempimento fiscale» a cui era tenuta in base a un preciso obbligo di legge.

Il Tribunale revoca dunque il decreto ingiuntivo, e condanna l’acquirente al pagamento delle somme richieste a titolo di plusvalenza. Tenuto conto della reciproca soccombenza, le spese del giudizio sono interamente compensate tra le parti


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