Penale

La Cassazione rinvia alla Consulta il doppio binario delle sanzioni per market abuse

di Giovanni Negri

Il market abuse, con il suo doppio binario sanzionatorio amministrativo-penale, finisce alla Corte costituzionale. E, nel caso la disciplina dovesse essere promossa, sotto esame dovrebbe finire il Codice di procedura penale. Gli effetti della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo Grande Stevens e altri, diventata irrevocabile il 7 luglio del 2014, si fanno sentire ad ampio raggio, sino a promuovere adesso l'intervento della Corte di cassazione, che, con l'ordinaza n. 1782 della Quinta sezione penale del 15 gennaio 2015, ha sollevato due diverse, ma collegate, questioni di legittimità costituzionale.

Al centro di entrambe, alla fine, c'è la violazione del principio del ne bis in idem, quando la sanzione applicata dalla Consob in materia di abusi di mercato, al termine del procedimento amministrativo, ha una natura sostanzialmente penale. In questi termini infatti la Corte europea, circa un anno fa, giudicò che la disciplina nazionale che alla via amministrativa affianca, senza possibile incompatibilità quella penale, rappresenti una violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell'uomo. Il divieto cioè di un doppio processo per il medesimo fatto si rende, a giudizio della Corte europea e della Cassazione, concreto nel momento in cui la legislazione italiana esclude il cumulo delle sanzioni per il market abuse.

Del resto, ricorda la Cassazione, il quadro del diritto comunitario in materia di abusi di mercato è stato recentemente modificato dal Regolamento Ue n. 596 del 2014 che ha da una parte previsto un pacchetto di misure amministrative per colpire alcune fattispecie di abusi di mercato, ma poi, ha anche precisato che gli Stati possono decidere di non stabilire norme relative a sanzioni amministrative quando sono già stabilite disposizioni di natura penale. La stessa opzione di fondo della direttiva 2014/57/Ue è nel senso di privilegiare la risposta penale perchè «l’adozione di sanzioni amministrative da parte degli Stati membri si è finora rivelata insufficiente a garantire il rispetto delle norme intese a prevenire e combattere gli abusi di mercato».

La Cassazione sollecita allora dalla Corte costituzionale un giudizio di tipo manipolativo, che sostituisca cioè all’articolo 187 bis, comma 1 del Tuf, la frase «salvo che il fatto costituisca reato», al posto di quella «salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato». In questo modo, sostituendo la clausola che prevede il cumulo delle sanzioni, con quella che attribuirebbe invece carattere solo sussidiario alla fattispecie amministrativa, il Testo unico si adeguerebbe immediatamente alla direttiva comunitaria che chiede un rafforzamento delle misure a tutela del mercato in termini di maggiore effettività, proporzionalità e dissuasività, ed eviterebbe i rischi di un trattamento complessivo troppo afflittivo.

In subordine, però, per l’ipotesi di non accoglimento della prima questione, l’ordinanza solleva la questione sull’articolo 649 del Codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede l’applicabilità della disciplina del divieto di un secondo giudizio quando l’imputato è stato giudicato con provvedimento irrevocabile, «per il medesimo fatto nell’ambito di un procedimento amministrativo per l’applicazione di una sanzione alla quale debba riconoscersi natura penale ai sensi della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo».


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