Civile

Spetta al comune provare che la vittima poteva evitare la buca

Francesco Machina Grifeo

In una causa di risarcimento per infortunio dovuto al manto stradale sconnesso, una volta accertato il nesso causale con il danno subito, la vittima ricorrente non deve anche dimostrare l'effettiva «pericolosità» della cosa. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l'ordinanza 5 settembre 2016 n. 17625, chiarendo che in questi casi è onere dell'ente – in qualità di custode – dimostrare l'eventuale colpa, o concorso di colpa, del danneggiato per limitare la propria responsabilità.

Al contrario, la Corte di appello di Catanzaro, dopo aver accertato che la caduta fu causata dalle buche e dal brecciolino presenti sulla strada, ha rigettato la domanda di ristoro perché la vittima non aveva provato che «lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità». Così facendo, il giudice di secondo grado ha desunto dalla mancata prova della pericolosità (da parte del motociclista), «non la prova dell'assenza del nesso di causa», che invece ha riconosciuto, bensì «l'assenza di colpa del custode». Un ragionamento bocciato dai giudici di legittimità secondo cui: «Una volta accertata l'esistenza d'un nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno, è onere del custode - per sottrarsi alla responsabilità di cui all'articolo 2051 c.c. - provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo), mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna del custode debba anche provare la pericolosità della cosa».

Infatti, ricorda l'ordinanza, per ripartire l'onere della prova la giurisprudenza di legittimità ha distinto due ipotesi, la prima: «quando il danno è causato da cose dotate di un intrinseco dinamismo, l'attore ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa ed il danno, mentre non è necessaria la dimostrazione della pericolosità della cosa». La seconda: «quando il danno è causato da cose inerti e visibili (marciapiedi, strade, pavimenti), il danneggiato può provare il nesso di causa tra cosa e danno dimostrandone la pericolosità». Dunque la pericolosità, lungi dall'essere «un fatto costitutivo della responsabilità del custode», è «semplicemente un indizio dal quale desumere la sussistenza d'un valido nesso di causa tra la cosa inerte e il danno». Per cui «se una cosa inerte non è pericolosa, ciò può bastare per affermare che manchi il nesso di causa tra la cosa e il danno». Ma quando il nesso di causa - come ritenuto dalla Corte d'appello - «è positivamente accertato», allora «non è più necessario stabilire se la cosa stessa fosse pericolosa o meno». In definitiva, provato il nesso «spettava al Comune dimostrare la propria assenza di colpa».

La Corte territoriale, invece, centrando l’attenzione sulla non pericolosità della strada (per dedurne l'esclusione di responsabilità del municipio), ha commesso un errore «perché anche il proprietario di cose non pericolose risponde ex art. 2051 c.c., una volta appurato un valido nesso di causa tra cosa e danno».


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