Civile

Lo stress per il mancato riposo va risarcito come lavoro straordinario

Giampaolo Piagnerelli

Alla società privata che si occupa di trasporto pubblico si applicano le regole previste per i rapporti di lavoro di natura privatistica. E quindi le mancate pause e riposi spettanti ai prestatori vanno risarciti. A chiarirlo la Cassazione con l'ordinanza n. 25260/15 . In particolare una spa del trasporto pubblico pugliese è stata condannata a pagare due dipendenti in funzione del lavoro in eccesso svolto per ogni ora o frazione di ora di riposo giornaliero e/o settimanale non goduto. La Corte, pertanto, ha ritenuto pienamente legittima la liquidazione equitativa del danno psicofisico derivato dalla mancata fruizione dei riposi operata dal Tribunale sulla valutazione della gravosità della prosecuzione dell'attività lavorativa oltre il limite normativo.

Quantificazione del danno - Corretta anche la quantificazione del danno prendendo a calcolo il parametro per il lavoro straordinario. Contro la sentenza di merito che la condannava, la società ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando come i lavoratori avessero fatto discendere automaticamente l'esistenza di un danno da usura psico-fisica dalla mancata fruizione dei riposi senza verificare se il danno fosse stato in concreto provato e prima ancora allegato. Mancava in sostanza quello più genericamente qualificato come vincolo di inerenza. Sul punto la risposta è stata molto chiara e in particolare è stato rilevato come la Corte d'appello, decidendo sulla base di quanto previsto dall'articolo 2697 cc, avesse ritenuto provata la domanda dei prestatori sulla scorta della documentazione dagli stessi prodotta in giudizio e aggiungendo il rilievo che la medesima non era stata contrastata da altra produzione documentale di provenienza della società.
I Supremi giudici aggiungono, inoltre, che nel corso del primo grado era stata richiesta e ottenuta una consulenza tecnica d'ufficio che aveva riconosciuto il danno ai lavoratori e la società, già allora, non si era opposta in alcun modo. La vicenda è stata ricondotta al cosiddetto "danno da stress" o usura psicofisica derivante per l'appunto nel mancato riconoscimento delle soste obbligatorie nella guida. E anche tale danno si iscrive nella categoria unitaria del danno non patrimoniale causato da inadempimento contrattuale e la sua risarcibilità presuppone la sussistenza di un pregiudizio concreto patito dal titolare dell'interesse leso, sul quale grava, pertanto, l'onere della relativa specifica deduzione: il diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale non può dunque prescindere da una specifica allegazione sulla natura e sulle caratteristiche del danno. La società nell'appello ha eccepito, infine, l'illegittimità del metodo di calcolo utilizzato.

La discrezionalità del giudice - Su questo rilievo la Cassazione ha precisato che il potere di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli articoli 1226 e 2056 del cc costituisce espressione del più generale potere previsto dall'articolo 115 del cpc e il suo esercizio rientra nella discrezionalità del giudice di merito con l'unico limite di non poter surrogare il mancato accertamento della prova della responsabilità del debitore. Ipotesi che nel caso non si è assolutamente verificata con inevitabile condanna della società a risarcire i lavoratori.


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