Tributario

Donanti all’estero, meno vincoli

di Massimo Antonini e Raul-Angelo Papotti

Non sono soggette a registrazione in Italia le donazioni, stipulate all’estero, tra un donante non residente in Italia e un beneficiario residente in Italia. È quanto chiarito dalla Direzione regionale della Lombardia dell’agenzia delle Entrate , nell’ambito di una consulenza giuridica (n. 904-3/2015 , pubblicata la scorsa settimana) resa in risposta a un quesito formulato dall’Ordine dei commercialisti di Milano. La Dre milanese ha in pratica stabilito che queste fattispecie sono irrilevanti per il fisco italiano.

Si tratta evidentemente di una notizia di particolare rilevanza in un periodo, come l’attuale, nel quale una moltitudine di questi casi viene a conoscenza dell’amministrazione finanziaria nell’ambito delle procedure di voluntary disclosure.

La questione si pone in quanto l’articolo 55, comma 1-bis del Dlgs 31 ottobre 1990, n. 346 (il Testo unico dell’imposta di successione e donazione) dispone che sono soggetti a registrazione in termine fisso gli atti aventi a oggetto donazioni, dirette o indirette, formati all’estero nei confronti di beneficiari residenti nello Stato.

La norma menziona dunque il donatario, ma non il donante e quindi può dar luogo (come in effetti è accaduto) a interpretazioni contrastanti in ordine al presupposto di territorialità che condiziona l’applicazione dell’imposta di donazione. La regola generale è infatti quella secondo cui (articolo 2 del Dlgs 346/1990):
• l’imposta di donazione è dovuta in relazione a tutti i beni e diritti trasferiti, anche se «esistenti all’estero»;
• se alla data della donazione il donante non era residente nello Stato, l’imposta di donazione è dovuta limitatamente ai beni e ai diritti «esistenti in Italia».

Secondo una parte degli addetti ai lavori, il legislatore, con il citato articolo 55, comma 1-bis, del Dlgs 346/1990, avrebbe dunque inteso introdurre nel sistema dell’imposta sulle donazioni un terzo criterio di territorialità (e cioè quello relativo alla residenza del donatario), in aggiunta ai menzionati criteri della residenza in Italia del donante e alla “esistenza” in Italia dei beni donati. Sulla base di tale terzo criterio, pertanto, si dovrebbero assoggettare a imposta sulle donazioni tutti gli atti di donazione (diretta o indiretta) stipulati all’estero quando il beneficiario sia italiano, a prescindere quindi dalla residenza del donante o dalla localizzazione dei beni donati.

Altra parte della dottrina, invece, escludeva tale ricostruzione, affermando che l’articolo 55, comma 1-bis del Dlgs 346/1990 è stato introdotto nel Testo unico dell’imposta di successione (dalla legge 342/2000) al fine di sottoporre all’obbligo della registrazione solamente gli atti formati all’estero da donanti residenti in Italia (e non anche quelli posti in essere da donanti non residenti) contenenti donazioni dirette o indirette a favore di soggetti residenti in Italia, poiché tali atti, in precedenza, erano esclusi dall’ambito applicativo dell’imposta di donazione a meno che avessero a oggetto il trasferimento della proprietà ovvero la costituzione o il trasferimento di altri diritti reali, anche di garanzia, su beni immobili o aziende esistenti nel territorio dello Stato.

Ciò in base al rinvio operato dalla normativa dell’imposta di donazione a quella dell’imposta di registro (articolo 55, comma 1 del Dlgs 346/1990), la quale, appunto, dispone, per gli atti formati al di fuori del territorio italiano, l’esonero dall’obbligo di registrazione, a meno che si tratti di atti traslativi di immobili o di aziende situati in Italia.


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