Penale

Reati sessuali, utilizzabili le dichiarazioni de relato sul minore violato

di Giuseppe Amato

In tema di reati sessuali, sono utilizzabili le dichiarazioni de relato aventi a oggetto quanto appreso dal minore vittima di abusi sessuali non esaminato nel giudizio solo ove all'esame di questi non si faccia luogo in ragione dell'accertamento di possibili danni, anche transeunti, alla sua salute, collegati all'assunzione dell'ufficio testimoniale, non essendo di contro sufficiente la previsione di un mero disagio da essa derivante. Occorre cioè a tal riguardo il supporto di un motivato parere reso da professionista competente che consenta di affermare che il minore ha una personalità così fragile da poter essere qualificata in termini di infermità ai sensi dell'articolo 195, comma 3, del Cpp, ovvero che dalla testimonianza possono insorgere danni, anche transeunti, alla sua salute. Lo ha precisato la corte di Cassazione con la sentenza 18 gennaio 2016 n. 1620 .

Le precisazioni della Corte - La Cassazione ha peraltro chiarito che, per l'applicabilità di tale principio, che legittima la non escussione del minore quale teste diretto solo nella ricorrenza delle condizioni di potenziale pregiudizio di cui all'articolo 195, comma 3, del Cpp, è necessario che l'imputato abbia sollecitato l'esame del minore (come impostogli dal comma 1 dello stesso articolo 195), con la conseguenza che l'omesso esame della vittima dell'abuso, se non sollecitato appunto dall'imputato, si riflette solo sulla tenuta logica e sulla completezza della motivazione. Pertanto, qualora l'imputato abbia omesso di chiedere l'esame del minore, non può ipotizzarsi alcuna inutilizzabilità delle dichiarazioni , né a tale omissione può ovviarsi con la richiesta di rinnovazione anche parziale del dibattimento in appello, perché questa sarebbe ammissibile solo nell'ambito circoscritto dall'articolo 495 del Cpp, concernente prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado (articolo 603, comma 2, del Cpp). Una tale disciplina, ha precisato la Corte, non contrasta con l'articolo 111 della Costituzione, in quanto l'ordinamento ammette che la formazione della prova avvenga senza contraddittorio quando vi è il consenso dell'imputato. Proprio tale consenso (che si esprime attraverso la rinuncia alla facoltà di interrogare il testimone diretto) esclude, inoltre, sempre secondo la Corte, che la condanna fondata sulla sola escussione dei testimoni de relato contrasti con l'articolo 6 della Cedu, la cui violazione sarebbe ravvisabile solo quando l'imputato si sia trovato nell'oggettiva impossibilità di esaminare il testimone diretto.


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