Penale

Depenalizzazione, lo scoglio civile

di Giovanni Negri

Depenalizzazione in vigore da pochi giorni, dal 6 febbraio, e già sorgono i primi problemi applicativi. Ne è testimone la Corte di cassazione che ieri con l’ordinanza n. 7125 della Quinta sezione penale ha rinviato alle Sezioni unite la decisione su una questione che, sembra, sta già facendo discutere anche i giudici di merito: se cioè l’abrogazione del reato stabilita per effetto del decreto legislativo n. 7 del 2016 travolga anche le statuizioni civili (come il risarcimento) adottate con la condanna non definitiva. Definitività che è stata invece determinante nel fare decidere, sempre ieri, alla medesima sezione della Corte, con la sentenza n. 7124, che la revoca della sentenza di condanna da parte del giudice dell’esecuzione non ha effetti sui capi civili. Lo stabilisce con chiarezza l’articolo 2 del Codice penale con il quale si puntualizza che la perdita del carattere di illecito penale del fatto, non ha come conseguenza anche il venire meno della natura di illecito civile del medesimo fatto.

Differente, invece, il caso affrontato dall’ordinanza, perchè la condanna non era diventata definitiva. La pronuncia della Corte d’appello approda in Cassazione sanzionava una coppia per una pluralità di reati, tra cui quello di ingiurie che, per effetto del decreto 7/16 è invece stato depenalizzato e sostituito con una doppia sanzione pecuniaria, una da corrispondere alla Cassa delle ammende e una a risarcimento della parte lesa.

L’inedita misura delle «sanzioni pecuniarie civili», imposta peraltro dalla delega, fa emergere una difficoltà di classificazione. Soprattutto a confronto con un intervento di depenalizzazione classica, come quello disciplinato dal decreto 8/16 (che traghetta lo stesso fatto illecito dal perimetro penale a quello amministrativo). A favore di un’estensione del concetto di depenalizzazione anche alle fattispecie previste dal decreto 7/16 milita una serie di elementi, tra cui la configurazione di fattispecie sanzionatorie tipizzate, l’autonomia delle sanzioni rispetto al risarcimento del danno, la destinazione erariale dei loro proventi.

A fare però la differenza c’è il fatto che un decreto, il n. 8, prevede espressamente che quando è stata pronunciata una condanna per una condotta ora non penalmente rilevante, il giudice dell’impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, decide sulla sola parte della sentenza che riguarda gli interessi civili. Una disposizione che però è assente nel decreto n. 7, il che dovrebbe condurre va ritenere che l’abolitio criminis trascini con sè la parte penale e quella civile della condanna. Con effetti senza dubbio penalizzanti per la parte civile che, dopo avere magari affrontato, come nel caso esaminato, 3 gradi di giudizio penali si vedrebbe costretta per ottenere un eventuale risarcimento a tornare davanti a un giudice, questa volta civile e non penale.

A volere provare una lettura alternativa, che scongiuri questa ipotesi, l’ordinanza ricorda che si potrebbe considerare l’assenza della norma come una svista legislativa e valorizzare gli evidenti punti di contatto tra i due decreti, considerando irragionevole la selettività della scelta legislativa, tanto più tenendo conto sono proprio i procedimenti relativi ai reati previsti dal decreto n. 7, tutti procedibili a querela, quelli in cui più alta è la probabilità che sia stata esercitata l’azione civile.


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