Penale

Nei reati la minaccia va valutata secondo la direttiva europea

di Patrizia Maciocchi

Per capire quanto una minaccia sia in grado di forzare la volontà, bisogna valutare la vulnerabilità del destinatario, basandosi sulle indicazioni fornite dalla direttiva che tutela le vittime di reato (2012/29 Ue in vigore dal 20 gennaio scorso). La Cassazione, con la sentenza 2702 depositata ieri, conferma la condanna per estorsione a carico dell’imputata che aveva minacciato la “cliente” (alla quale cedeva dosi di droga) di fare rivelazioni in grado di danneggiare lei e la sua famiglia se non le avesse dato del denaro. Invano la difesa cerca di dimostrare che la minaccia non era idonea a coartare la volontà della vittima e dunque a far scattare il reato di estorsione.

La Corte di cassazione, per dimostrare il contrario, fa ricorso alle chiare indicazioni dettate dalla direttiva 29/2012 che rafforza i diritti, l’assistenza e la protezione in favore delle vittime di reato. La norma, recepita con il Dlgs 212/2015 e operativa dal 20 gennaio, consente di individuare (articoli 22 e seguenti) i profili di vulnerabilità della vittima, basandosi sulle sue caratteristiche personali e sulla natura e le circostanze del reato.

La Suprema corte precisa che più marcata è la vulnerabilità e maggiore è la «potenzialità coercitiva di comportamenti anche “velatamente” e non scopertamente minacciosi». Per la Cassazione forma e modo della minaccia sono indifferenti perché questa si può manifestare in molti modi, scritti o orali, impliciti o espliciti, reali o figurati: ciò che conta sono le circostanze concrete, da quelle ambientali alla personalità sopraffattrice dell’agente.

Dirimente è la condizione soggettiva della vittima vista come persona di normale impressionabilità, ed è irrilevante che si verifichi un’ effettiva intimidazione.

Nel caso esaminato, direttiva alla mano, la Cassazione ritine che le lettere scritte dall’imputata avessero un reale effetto intimidatorio anche tenuto conto dello stato di vulnerabilità della destinataria. La vittima si trovava, infatti, in condizioni di «depressione nevrotica, disturbo della personalità borderline ed abuso alcolico». Uno stato, secondo i giudici, che non le lasciava alternativa tra cedere al ricatto della ricorrente o subire le sue incontrollabili rivelazioni.


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