Penale

La Cassazione non si pronuncia d’ufficio sull’illegalità della pena

di Patrizia Maciocchi

Se il ricorso è inammissibile perché presentato fuori termine, il giudice di Cassazione non può rilevare d’ufficio l’illegalità della pena, che può essere dedotta in fase di esecuzione. Le Sezioni unite penali con la sentenza 47766 , confermano il no opposto dalla giurisprudenza prevalente alla possibilità per il giudice di legittimità di agire d’ufficio sulla pena illegittima.

Di recente le Sezioni unite (sentenza 33040/2015) erano intervenute sul tema dell’illegalità della pena in seguito alla dichiarazione di incostituzionalità della legge sulla quale era basata. I giudici avevano ammesso che il contrasto nella giurisruprudenza, al di là dell’effetto Consulta, riguardava in generale il margine di manovra concesso al giudice di legittimità per “sanare” la sentenza inammissibile. Superando la distinzione tra cause di inammissibilità originarie o sopravvenute il Supremo consesso aveva deciso di far prevalere la dichiarazione di non ammissibilità su quella di non punibilità, erodendo lo spazio di applicabilità del Codice di rito che, con l’articolo 129, stabilisce i casi in cui scatta l’obbligo dell’immediata declaratoria delle cause di non punibilità. L’aspetto processuale supera, dunque, il principio di legalità della pena a meno che questa non sia divenuta illegale in seguito a una sentenza della Corte costituzionale. Ipotesi in cui il giudice di legittimità può intervenire d’ufficio anche se il ricorso è inammissibile, a meno che non sia tardivo.

Il ricorso fuori dalla “dead line” rappresenta uno scoglio, anche rispetto alla decisione della Consulta, perché «si è in presenza di una impugnazione sin dall’origine inidonea a instaurare un valido rapporto processuale, in quanto il decorso del termine derivante dalla mancata proposizione dell’impugnazione ha già trasformato il giudicato sostanziale in giudicato formale, sicchè il giudice dell’impugnazione si limita a verificare il decorso del termine e a prenderne atto». Il “problema” può essere risolto dal giudice dell’esecuzione grazie al superamento della vecchia concezione di una fase esecutiva vista come secondaria e accessoria. Con le nuove attribuzioni e la giurisdizionalizzazione del procedimento il giudice dell’esecuzione ha assunto un ruolo centrale e complementare, maggiori poteri riconosciuti anche dalla Consulta (sentenza 210/2013) in virtù dei quali è abilitato a intervenire sul titolo esecutivo. E può farlo anche quando il ricorso è inammissibile perché fuori tempo. Una soluzione in linea con il principio di legalità e rispettosa della formazione del giudicato come dell’intangibilità dell’accertamento processuale quando sia scaduto il termine per proporre ricorso in Cassazione.


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