Penale

Estesi i poteri di revoca della condanna da parte del giudice dell'esecuzione

di Giovanni Negri

Un altro passo che rende meno rigido il principio di intangibilità del giudicato. Il giudice dell’esecuzione può revocare una sentenza di condanna pronunciata dopo l’entrata in vigore di una legge che ha abrogato il reato, quando la legge non è stata presa in esame da parte del giudice della cognizione. Lo chiariscono le Sezioni unite della Cassazione con l'informazione provvisoria resa nota al termine della camera di consiglio del 29 ottobre .

Viene sciolto in questo modo un contrasto che aveva visto contrapposte le Sezioni semplici della Corte e che era stato espresso da una pluralità di sentenze. Nel primo orientamento si sottolineava l’impossibilità di procedere a revoca della sentenza, sulla base di quanto stabilito dall’articolo 673 del Codice di procedura penale, nei casi in cui l'abrogazione della norma incriminatrice avviene prima della decisione del giudice. In questo caso, infatti, si tratterebbe di un errore dell’autorità giudiziaria non rimediabile in sede di esecuzione. A disposizione ci sarebbero invece stati gli ordinari mezzi di impugnazione previsti per la fase della cognizione.

In questo filone va collocata anche la sentenza della Corte costituzionale n. 230 del 2012 che ha respinto come infondato il dubbio di costituzionalità dell’articolo 673 perchè non comprende tra le ipotesi di revoca della sentenza di condanna anche il cambiamento di giurisprudenza prodotto da una pronuncia delle Sezioni unite che esclude la rilevanza penale del fatto giudicato.

Un altro orientamento, quello poi fatto proprio dalle Sezioni unite, anche se le motivazioni saranno disponibili solo tra qualche tempo, sostengono che la revoca della condanna per abolizione del reato deve essere disposta anche quando la condanna è pronunciata per errore dopo l’avvenuta abrogazione. L’assunto di base è che nè l’articolo 673 del Codice di procedura nè l’articolo 2 del Codice penale distinguono tra giudicato formatosi prima o dopo la soppressione del reato.

Nell’ordinanza che ha rinviato la questione alle Sezioni unite, la n. 24399/15 della Prima sezione penale, si sottolineava peraltro che quest’ultima linea sembra rifarsi a quelle osservazioni della dottrina in base alle quali in realtà l’applicazione dell’articolo 673 non ha come conseguenza innovazioni profonde, fatta salva un’ancor più radicale incrinatura al principio dell’autorità del giudicato a causa della cancellazione della condanna o di proscioglimento con formule meno favorevoli.

La stessa sentenza della Corte costituzionale e le sue argomentazioni potrebbero essere aggirate valorizzando il fatto che in questo caso si tratta di una vera e propria abolitio criminis provocata dalla successione di leggi penali nel tempo (era in questione la mancata esibizione di documento d’identità da parte di una cittadina extracomunitaria irregolarmente soggiornante in Italia) e non invece un più gestibile cambiamento della giurisprudenza.


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