Penale

La tracciabilità non evita la pena per impiego di beni di provenienza illecita

di Giovanni Negri

Non serve una finalità dissimulatoria per il reato di impiego di denaro di provenienza illecita. La piena tracciabilità delle somme contestate non impedisce da sola la sanzione inflitta sulla base dell’articolo 648 ter del Codice penale. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 37678 della seconda sezione penale depositata ieri. Respinto così il ricorso presentato dalle difese di un pool di imputati contro il sequestro di quasi un milione di euro. L’impugnazione metteva in evidenza la necessità che la condotta punita dal reato deve essere idonea a ostacolare l’identificazione della provenienza illecita dei beni reimpiegati. Una conferma in questo senso, sostenevano gli avvocati, arriva dal reato di autoriciclaggio da poco inserito nel Codice penale, che espressamente richiede una concreta azione dissimulatoria.

La Corte ammette che sul punto, all’interno della Cassazione, esiste un contrasto di giurisprudenza. Tuttavia la linea preferibile, anche alla luce delle indicazioni arrivate dalle Sezioni unite con la sentenza n. 25191 del 2014, è quella più severa. Con questa pronuncia si ricordava come la norma in discussione rappresenta una misura di chiusura del sistema per sanzionare anche la fase terminale delle operazioni di riciclaggio, non lasciando vuoti a valle dei reati di riciclaggio e e ricettazione.

La disposizione punta così a evitare il successivo impiego del denaro ripulito in investimenti legittimi. In sostanza, a essere colpite sono tutte quelle «operazioni insidiose in cui il denaro di provenienza illecita, immesso nel circuito lecito degli scambi commerciali, tende a far perdere le proprie tracce, camuffandosi nel tessuto economico imprenditoriale».

Determinante nella lettura della Cassazione è allora il giudizio sulla natura plurioffensiva del reato che, se anche è collocata nella categoria dei delitti contro,il patrimonio, è più orientata alla tutela dalle aggressioni al mercato e all’ordine economico e a evitare l’inquinamento delle operazioni finanziarie. In questa prospettiva allora la idoneità dissimulatoria della condotta criminale non costituisce un requisito necessario. La sua assenza cioè non impedisce di inquadrare il comportamento all’interno del fattispecie prevista dall’articolo 648 ter. È sufficiente invece «l’idoneità dell’azione all’inquinamento del mercato attraverso la consapevole immissione nel circuito economico di beni di provenienza illecita, a prescindere dalla concreta idoneità dissimulatoria dell’operazione».


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