Penale

Illegittima la recidiva obbligatoria per i reati gravi

Francesco Machina Grifeo

La Consulta boccia la recidiva obbligatoria introdotta nel 2005 per una serie di reati di particolare «allarme sociale» come per esempio: strage, terrorismo, associazione mafiosa, riduzione in schiavitù ecc. Con la sentenza 185/2015 , infatti il giudice delle leggi ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 99, quinto comma, del codice penale limitatamente alle parole «è obbligatorio e,».

L'articolo 4 della legge n. 251 del 2005 aveva sostituito l'articolo 99 introducendo nel quinto comma un'ipotesi di recidiva obbligatoria, che ricorre «Se si tratta di uno dei delitti indicati all'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale». Delitti, fra l'altro, del tutto eterogenei tra loro, tenuti insieme soltanto perché ricompresi nello stesso articolo che regolamenta la durata massima delle indagini preliminari.

Nel ricostruire i lineamenti della ‘nuova' recidiva, la giurisprudenza costituzionale in questi anni ha messo a fuoco l'istituto, individuando il suo fondamento «nella più accentuata colpevolezza e nella maggiore pericolosità del reo». Orientamento recepito anche dalla Cassazione secondo cui quando la contestazione concerne i primi quattro commi dell'art. 99 «è compito del giudice verificare se la reiterazione è effettivo sintomo di riprovevolezza e pericolosità, tenendo conto della natura dei reati, del tipo di devianza di cui sono il segno, della qualità dei comportamenti, del margine di offensività delle condotte, della distanza temporale e del livello di omogeneità esistenti fra loro». All'esito di tale verifica, poi, il giudice «può anche negare la rilevanza aggravatrice della recidiva».

Nel caso del quinto comma, invece, questa verifica è preclusa. «L'aumento della pena consegue automaticamente» senza che il giudice sia tenuto ad accertare in concreto se, in rapporto ai precedenti, «il nuovo episodio delittuoso sia indicativo di una più accentuata colpevolezza e di una maggiore pericolosità del reo». Così, per i giudici costituzionali, tale rigido automatismo sanzionatorio «è del tutto privo di ragionevolezza, perché inadeguato a neutralizzare gli elementi eventualmente desumibili dalla natura e dal tempo di commissione dei precedenti reati e dagli altri parametri che dovrebbero formare oggetto della valutazione del giudice». Imponendo l'aumento della pena «anche nell'ipotesi in cui esiste un solo precedente, lontano nel tempo, di poca gravità e assolutamente privo di significato ai fini della recidiva».

In conclusione, la previsione della recidiva obbligatoria contrasta con il principio di ragionevolezza e «parifica nel trattamento obbligatorio situazioni personali e ipotesi di recidiva tra loro diverse, in violazione dell'articolo 3 Costituzione». Mentre l'assenza di alcun «accertamento della concreta significatività del nuovo episodio delittuoso» viola anche l'art. 27, terzo comma, Costituzione, che implica un costante ‘principio di proporzione' tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall'altra, «rendendo la pena palesemente sproporzionata».


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