Penale

Esercizio arbitrario delle proprie ragioni per chi chiede soldi per non rivelare il contenuto di messaggi a terzi

di Andrea Alberto Moramarco

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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni e non estorsione. È questo il reato configurabile per chi, dopo aver ricevuto dei messaggi non graditi contenenti delle avances più o meno spinte, chiede dei soldi per non spifferare a terzi il contenuto scomodo di tali messaggi. Questo è quanto detto dalla sentenza 811/2014 del Tribunale di Trento .

Il caso - I protagonisti di questa vicenda sono un uomo e una donna che si erano conosciuti durante il periodo di degenza di lui nell'ospedale dove lei lavorava. Dopo essersi dati l'amicizia su facebook, i due si erano tenuti in contatto scambiandosi diversi messaggi, fino a che l'uomo non aveva cominciato ad inviare foto e ad effettuare delle richieste più esplicite. Al che la donna lo minacciava di spifferare tutto a sua moglie o al suo compagno se l'uomo non le avesse consegnato una ingente somma di denaro.

La distinzione tra estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni - In seguito alla denuncia da parte dell'uomo, la donna veniva accusata dal Pm di estorsione, ma dinanzi ai giudici ha prevalso la tesi difensiva: la richiesta di denaro per non rilevare il contenuto dei messaggi non è ingiusta, bensì ha natura risarcitoria/indennitaria per il tono dei messaggi subiti e per le offese alla persona in tal modo ricevute. Conseguentemente, la fattispecie è da inquadrare nell'articolo 393 c.p. anziché nell'articolo 629 c.p. . Il Tribunale ricorda, infatti, che i due delitti possono presentare un identico fatto materiale e si differenziano in tal caso solo per l'elemento psicologico: «nel primo, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel secondo, invece, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia». E nel caso di specie, è stato ritenuto che la donna nel chiedere una somma di danaro per non divulgare il contenuto di messaggi scomodi per il mittente abbia agito nella convinzione ragionevole della legittimità della propria pretesa, essendo così da escludere il dolo estorsivo.


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