Penale

Peculato d'uso per lo sfruttamento privato dell'auto di servizio

di Patrizia Maciocchi

L’uso dell’auto aziendale e del Telepass per scopi personali da parte del presidente di una società privata concessionaria di un servizio pubblico, fa scattare il reato di peculato d’uso e non quello di peculato.

La Cassazione con la sentenza 14040 , accoglie parzialmente il ricorso dell’imputato condannato per peculato in entrambi i gradi di giudizio. Il ricorrente, presidente di una Srl che gestiva il trasporto pubblico, si serviva dell’utilitaria di servizio e dell’auto di rappresentanza per spostamenti privati, offrendo dei “passaggi” anche alla moglie e alla figlia. Nel “conto” i giudici di merito avevano messo anche gli scontrini Telepass collezionati nei viaggi privati. La Cassazione respinge la tesi della difesa secondo la quale il peculato andava escluso perchè l’imputato era al vertice di un’azienda privata. Era corretto considerare il ricorrente un incaricato di pubblico servizio in virtù dell’attività, in prevalenza pubblicistica, svolta dalla società per la quale lavorava.

Sbagliano invece i giudici di merito nel contestare il peculato per appropriazione (articolo 314, primo comma del Cp).

La Cassazione ammette che, sull’uso costante dell’auto di servizio da parte del pubblico funzionario, la giurisprudenza è spaccata tra i sostenitori del peculato per appropriazione e quelli del peculato d’uso, ma ritiene di far proprie le conclusioni raggiunte dalle Sezioni unite che si sono espresse sull’indebito utilizzo del telefono d’ufficio.

La condotta è riconducibile al peculato d’uso (articolo 314, secondo comma del Cp). L’utilizzo improprio, benché costante, non comporta, infatti, un’appropriazione se l’auto, momentaneamente distolta, torna comunque alla sua originaria destinazione.

Anche il consumo dell’olio, benzina, carburante e usura del mezzo, non hanno una rilevanza autonoma ma concorrono a determinare l’entità del danno patrimoniale che, se apprezzabile, è penalmente rilevante. Nel caso esaminato il vulnus al patrimonio era stato desunto dal risarcimento versato dall’imputato per un totale di 8 mila euro.


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