Parlamento e giustizia

La scorciatoia di pene più alte per allungare la prescrizione

di Donatella Stasio

«Un fatto storico», «un’inversione di tendenza, sia pure da migliorare», «un primo passo»: così, Pd, centristi e Lega, commentavano l’approvazione della legge Severino, il 30 ottobre del 2012 (460 sì, 76 no, 13 astensioni).

E così, con parole e toni analoghi, dopo due anni e sette mesi è stata commentata ieri l’approvazione della legge Grasso (280 sì, 53 no, 11 astenuti). Valga per tutti il tweet del ministro Orlando: «Da oggi l’Italia è più forte». Un’enfasi giustificata soprattutto per aver recuperato in corsa il troppo tempo perduto. Ma se le nuove norme finalmente approvate contribuiranno a rendere più incisiva la repressione penale della corruzione, un po’ di memoria storica dovrebbe suggerire a tutti - a cominciare da governi e maggioranze di turno - un’enfasi minore, tanto più rispetto a provvedimenti che, per la loro genesi, spesso hanno il fiato corto.

La lotta alla corruzione si compone di numerosi tasselli, uno dei quali è la repressione penale. Le relative norme, dunque, vanno valutate in base alla loro efficacia. Nel 2012, dopo i duri sacrifici chiesti agli italiani per l’incombere della crisi economica, la legge Severino rappresentò – pur con le sue gravi lacune - un segnale positivo perché rompeva l’immobilismo dei vent’anni precedenti. Come tale fu apprezzato dalla comunità internazionale, a prescindere dalla sua reale efficacia, soprattutto sul fronte della repressione penale, su cui Ue, Ocse, Consiglio d’Europa ci tallonavano da tempo immemorabile (e così hanno continuato a fare anche dopo la legge). Il “rischio” concreto, infatti, era che le nuove norme non scalfissero la prospettiva di una sostanziale impunità dei corrotti (nonostante il fiorire di inchieste) e che perciò la prassi di tangenti e mazzette continuasse indisturbata, riportando le lancette al punto di partenza. Com’è puntualmente avvenuto.

La legge Grasso prende il nome dal presidente del Senato Piero Grasso che presentò il ddl anticorruzione all’inizio di questa legislatura, proprio per colmare le lacune della legge Severino. Su quel testo si sono poi innestate le proposte del governo Renzi, ma solo in seguito al clamore di alcune inchieste giudiziarie (Expò, Mose, Mafia capitale). Nel suo discorso di insediamento, infatti, il premier non accennò neppure al tema della corruzione (né a quello della prescrizione), vuoi per sottovalutazione vuoi per problemi di convivenza politica, nella maggioranza, con il Nuovo Centrodestra, nonché di “buon vicinato” con l’opposizione di Silvio Berlusconi, chiamato a scrivere le riforme istituzionali. Di qui la mancanza di una politica condivisa, e strategica, sulla repressione penale della corruzione. Preso in contropiede dalle grandi inchieste giudiziarie, il governo ha dovuto cambiare passo, cercando mediazioni non sempre facili nella maggioranza e in Parlamento.

Il provvedimento approvato ieri contiene indubbiamente misure utili. Dall’introduzione del reato di falso in bilancio agli sconti di pena per chi collabora. Più discutibili gli aumenti di pena a pioggia per i reati contro la pubblica amministrazione (salvo alcuni, come l’induzione, che la legge Severino aveva declassato rispetto alla concussione), non perché non meritino sanzioni severe anche di quelle introdotte nel 2012, ma perché, come nel 2012, gli aumenti sono solo un modo indiretto per risolvere il problema della prescrizione, evitando una riforma strutturale e radicale. Gli organismi internazionali non ci hanno mai chiesto di aumentare le pene dei reati di corruzione; hanno invece sempre insistito sulla modifica della prescrizione, considerata la specificità di quei reati, che spesso si scoprono dopo anni da quando sono stati commessi. Richiamo inascoltato dai governi che si sono succeduti dal 2005, quando i termini furono dimezzati dalla legge ex Cirielli. Certo, alzare le pene fa guadagnare qualche anno ed è meglio di niente. Ma una riforma strutturale della prescrizione avrebbe inciso sulla prospettiva di impunità dei corrotti ben più di aumenti di pena che, se i processi non arrivano a sentenza definitiva, restano sulla carta. Ma né Forza Italia né Ncd ci sentono da questo orecchio, per cui la riforma della prescrizione ora al Senato, pur allungando i termini, rischia di essere un “vorrei ma non posso” sia perché non affronta il problema in radice sia, soprattutto, perché non tiene adeguatamente conto della specificità dei reati di corruzione, soprattutto se ci sarà la marcia indietro promessa da Orlando all’Ncd.

Al congresso di Magistratura democratica, il ministro, a chi accusava il governo di «populismo penale» e di non avere «un disegno organico di riforma», rispose che non avrebbe mai voluto fare una riforma organica in una legislatura come questa «in cui convergono forze politiche molto diverse». Il massimo che si può fare, aggiunse, «è razionalizzare». Non sarebbe poco, in effetti. Il banco di prova sarà proprio la prescrizione.


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