Civile

Cellulare aziendale, l’abuso va provato

di Mauro Pizzin

Il criterio empirico della vicinanza alla fonte di prova non può essere utilizzato dal giudice per derogare al principio dell’articolo 5 della legge 604/1966, il quale attribuisce inderogabilmente al datore di lavoro l’onere di provare la sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento.

È sulla base di questo principio di diritto che la Corte di cassazione, con la sentenza 17108/2016 depositata martedì scorso, ha annullato il licenziamento disciplinare comminato da un’azienda a un informatore medico-scientifico rinviando la decisione finale sulla questione alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione. La società aveva contestato al dipendente il reiterato abuso del telefonino aziendale nei primi dieci mesi del 2006, asserendo che quest’ultimo aveva effettuato numerose chiamate per ragioni non di servizio ma personali. Nella lettera di contestazione erano stati indicati i numeri di telefono in questione, risultanti dai tabulati telefonici con le ultime tre cifre criptate e comunque non depositati in giudizio, addossando al lavoratore l’onere di dimostrare, facendo ricorso alla propria agenda telefonica, l’identità dei destinatari.

La Corte d’appello aveva dato ragione al datore di lavoro, avvalendosi «sostanzialmente» - secondo la Cassazione, a cui il dipendente aveva fatto poi ricorso - del criterio empirico della vicinanza alla fonte di prova, «pur non enunciandolo espressamente». Un criterio che per i giudici di legittimità deve, tuttavia, ritenersi «interdetto» quando, come nel caso dell’articolo 5 della legge 604/1966, il legislatore stabilisca esplicitamente a priori l’onere probatorio. Con l’aggravante che nel caso specifico il criterio della vicinanza alla fonte di prova risulta «malamente applicato in base a una mera congettura» secondo cui tutti i numeri di telefono chiamati per lavoro o per altra ragione vengano puntualmente registrati su agenda cartacea o informatica, «al punto da poter essere a posteriori agevolmente ricostruiti dal chiamante».

Affermare che per la società sarebbe stato troppo difficile (se non impossibile) dimostrare che i soggetti chiamati dal lavoratore non erano medici da visitare o altri soggetti da interpellare per motivi di lavoro - ha argomentato ancora la Corte - non spiega inoltre perché quest’ultima, pur non disponendo di dati in proposito, abbia ritenuto che le telefonate oggetto della lettera di contestazione fossero state effettuate per motivi personali. L’unico indizio al riguardo consiste nel rilievo che vi sarebbe stato «un gran numero» di chiamate in orari e giorni non lavorativi, ma in tal caso avrebbero dovuto essere contestate solo queste telefonate e poi - ha concluso la Cassazione - su tale base a sua volta il giudice di merito avrebbe dovuto, «anche d’ufficio», apprezzare in concreto la gravità dell’addebito.


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