Penale

Clandestini, mancato rimpatrio senza pena aggiuntiva per condotte di particolare tenuità

Francesco Machina Grifeo

No alla sanzione penale, in aggiunta a quella amministrativa dell'espulsione, per il clandestino incensurato che non abbia ottemperato all'ordine di espulsione del questore se nel complesso la condotta posta in essere ha un «minimo disvalore criminale». Lo ha stabilito la Sezione penale dell'Ufficio del Giudice di pace di Ravenna, con la sentenza 7 giugno 2016 n. 247, stabilendo il non luogo a procedersi nei confronti di un extracomunitario per la «particolare tenuità del fatto».

L'extracomunitario era imputato del reato previsto dall'articolo 14, comma 5 ter, del Dlgs 286/1998, perché in violazione dell'ordine di rimpatrio impartito dalla questura di Forlì si era trattenuto abusivamente in Italia. Ed il pubblico ministero ne aveva chiesto la condanna alla pena di 15mila euro di multa.

La sentenza ricorda che la Corte Costituzionale, nel delineare la legittimità dell'intervento del diritto penale complementare, ha chiarito che «la regolamentazione dell'ingresso e del soggiorno nel territorio dello Stato è di fatto connessa alla ponderazione di svariati interessi pubblici, quali la sicurezza e la sanità pubblica, l'ordine pubblico, i vincoli di carattere internazionale e la politica nazionale in materia di immigrazione». E le relative ipotesi, commissive ed omissive, configurano fattispecie di reato di pericolo astratto «in cui il legislatore ha inteso anticipare la soglia di punibilità del bene giuridico tutelato». In questo senso il giudice è comunque tenuto «a valutare in concreto l'offensività della condotta ed a verificare la sussistenza, o meno, dei presupposti sottesi alla particolare tenuità del fatto».

Nel caso specifico secondo il giudice di pace tali presupposti esistono. Per quanto attiene al giudizio sull'offensività della condotta: «il fatto lede in misura minima il bene giuridico primario della sicurezza pubblica tutelato dalla norma». L'extracomunitario, infatti, era stato fermato nel corso di una ordinaria attività di controllo mentre era alla guida di un ciclomotore. E al di là della «modesta condotta di rammostrare ai militi documenti di altro connazionale (carta di circolazione del motociclo, permesso di soggiorno e codice fiscale) pur riferendo “...di sua sponte che non era titolare di patente di guida poiché mai conseguita...”, non sono emersi ultronei elementi tali da far ritenere che il medesimo sia dedito ad attività criminali, risultando, di converso, privo di precedenti penali e di polizia, oltre che coniugato ed operaio». Inoltre aveva complessivamente tenuto un contegno «non ostativo».

Tali aspetti, prosegue la sentenza, vanno considerati al fine di valutare la «giusta ponderazione degli interessi sottesi alla condotta illecita, tenuto conto dell'interesse primario sancito dalla direttiva 2008/115/CE, costituito dal celere rimpatrio del cittadino non comunitario». In definitiva, il quadro ordinamentale «permette di ritenere primaria l'esecuzione della sanzione amministrativa rispetto a quella penale, allorché, così come nel caso in esame, la concreta offensività del reato di pericolo resti circoscritta nella semplice cornice delle ipotesi di cui all'art. 13, comma 2, lettere a) e b), ossia della mera irregolarità amministrativa».


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