Civile

Se la ristrutturazione è abusiva l'impresa non può pretendere il pagamento dei lavori

Francesco Machina Grifeo

L'impresa edile non può pretendere dal committente il pagamento dei lavori di ristrutturazione eseguiti se le opere realizzate sono abusive o comunque prive delle prescritte autorizzazioni. E la nullità del contratto può essere rilevata d'ufficio dal giudice a fronte della richiesta di adempimento da parte dell'appaltatore. Lo ha stabilito il Tribunale di Larino, con la sentenza del 15 marzo 2016 n. 88, accogliendo l'opposizione del proprietario di un appartamento contro il decreto ingiuntivo che disponeva entro 40 giorni il pagamento di 3.500 euro ad una impresa per i lavori su parti comuni di un edificio di interesse storico.

L'opponente, fra l'altro, aveva eccepito la nullità del contratto di appalto intercorso tra le parti evidenziando la totale assenza dei titoli autorizzativi. Il tribunale ricorda che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo «il giudice deve accertare il fondamento della pretesa fatta valere con il ricorso per ingiunzione e non già limitarsi a stabilire se l'ingiunzione fu emessa legittimamente» (Cass. n. 2003/17133). Nel merito, prosegue la sentenza, la domanda è fondata. La questione attinente alla nullità, spiega il tribunale, «deve essere necessariamente e preventivamente vagliata a fronte della domanda dell'appaltatore diretta ad ottenere l'esecuzione da parte della committente della sua obbligazione di pagamento, pro quota, del prezzo delle opere eseguite». Tale posizione, infatti, è stata costantemente affermata dalla giurisprudenza di Cassazione la quale ha sancito che «il principio della rilevazione d'ufficio della nullità del contratto operi nel caso in cui la parte chieda l'adempimento, rappresentando in questo caso la validità del contratto un elemento costitutivo della domanda» (Cass. n. 9395 del 2011).

Non solo, «il giudice può dichiarare di propria iniziativa la nullità del contratto a prescindere dall'attività assertiva delle parti» (Cass. n. 6003/2006) e tale principio «trova la sua fondamentale ratio nel principio di legalità» in quanto «la previsione di una nullità esprime la sanzione dell'ordinamento verso un assetto negoziale che contrasta con i propri valori ed il conseguente rifiuto da parte dello stesso di fornire tutela giuridica a pretese che trovano causa in attività … vietate dalla legge, o comunque confliggenti con i principi posti dalle norme giuridiche» (Cass. n. 258/2013). Infine, «pur considerando il principio dispositivo che regola il processo civile, il quale vieta iniziative finalizzate a svolgere d'ufficio indagini dirette ad accertare eventuali nullità del contratto, deve tenersi conto che permane per il giudice la possibilità di rilevare la nullità sulla base di fatti allegati e provati dalle parti o che comunque emergono dagli atti» (Cass. S.U. n. 14828/2012).

Così ricostruito il quadro, il giudice ha ritenuto che siccome le opere appaltate non erano state autorizzate sono da ritenersi abusive. Ne discende che è nullo il contratto d'appalto intercorso tra le parti, ai sensi degli articoli 1346e 1418 del codice civile, per violazione delle norme imperative in materia urbanistica e di tutela dei beni di interesse storico culturale, che subordinano l'esecuzione dell'opera alla presenza di apposite e specifiche autorizzazioni. Pertanto, «l'appaltatore non può pretendere il pagamento del corrispettivo non potendo l'accordo negoziale intercorso tra le parti, sanare la violazione di norme di legge ovvero “superare” i divieti da questa imposti».


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