Civile

Discriminatorio il licenziamento della lavoratrice madre che non si presenta nella nuova sede

di Francesco Machina Grifeo

È nullo il licenziamento per «assenza ingiustificata» qualora al termine della maternità la lavoratrice non si presenti presso la sede della società in un diverso comune dove il datore l'ha nel frattempo trasferita. Lo ha stabilito la Sezione lavoro dellaCorte di cassazione, sentenza 30 giugno 2016 n. 13455, affermando che il Testo unico sulla maternità esplicitamente attribuisce alla madre il diritto di rientrare al lavoro nel municipio dove era precedentemente occupata.

Al contrario, nella fasi di merito, sia il tribunale di Padova che la Corte di appello di Venezia avevano considerato giustificato il licenziamento in quanto la donna non si era presentata presso la nuova struttura e ciò «costituiva autonomo motivo dell'atto espulsivo». Inoltre, «non vi era prova di atti preparatori funzionali al licenziamento» né poteva considerarsi tale «la costituzione di una nuova postazione lavorativa per altra dipendente prima del rientro dalla maternità». Mentre era da valutarsi come «obiettivamente grave la condotta della lavoratrice», oltre che conforme alla fattispecie sanzionata con il recesso immediato dalla contrattazione collettiva. Nel ricorso, invece, la dipendente ha sostenuto che la Corte di appello non ha chiarito le ragioni per le quali l'assenza dovesse considerarsi ingiustificata a fronte del suo diritto di rientrare nell'unità produttiva dove era già occupata.

La Suprema corte nell'accogliere il motivo afferma che la sentenza di secondo grado insiste sull'assenza di qualsiasi «riferimento al carattere strumentale dell'atteggiamento del datore di lavoro», così commettendo un errore perché «trasferisce la vicenda estintiva del rapporto sul piano esclusivo della tracciabilità nel comportamento datoriale di motivazioni discriminatorie connesse alla maternità della lavoratrice, omettendo in tal modo, e radicalmente, di valutare se l'assenza dal lavoro potesse dirsi “non giustificata”». Infatti, l'articolo 56, comma 1, del decreto legislativo 26 marzo 2001 n. 151, prevede che «al termine dei periodi di divieto di lavoro previsti dal Capo II e III, le lavoratrici hanno diritto di conservare il posto di lavoro e, salvo che espressamente vi rinuncino, di rientrare nella stessa unità produttiva ove erano occupate all'inizio del periodo di gravidanza o in altra ubicata nel medesimo comune». Inoltre andava considerato il difetto di accertamento di una volontà abdicativa della lavoratrice, «che anzi aveva fatto presente con varie comunicazioni di essere disponibile a riprendere servizio» presso la sede originaria. Del resto, il testo unico sulla maternità - in attuazione dei valori di cui agli articoli 31 e 37 della Costituzione e della Direttiva CE n. 85 del 1992 -, prevede «un articolato e complesso insieme di garanzie e diritti volti ad assicurare l'essenziale funzione familiare della donna e rispondenti all'esigenza di tutela della maternità (ora, in senso più lato, della genitorialità)». Sentenza cassata dunque e decisione rinviata alla Corte di appello.


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