Civile

Il concordato taglia le ritenute Inps

di Antonino Porracciolo

Il concordato preventivo può prevedere il pagamento parziale delle ritenute previdenziali, se si accerta che il debito non possa essere pagato per intero in caso di fallimento. È la conclusione a cui è giunto il Tribunale di Livorno (presidente Nannipieri, relatore Marinai) che, in un decreto dello scorso 13 aprile, estende ai contributi previdenziali le indicazioni date per i debiti Iva dalla Corte di giustizia Ue con la pronuncia del 7 aprile (causa C-546/2014).

La vicenda

Il procedimento ha avuto inizio con la proposta di concordato preventivo avanzata da una Srl. L’iniziativa prevedeva che non sarebbe stato pagato il residuo dei crediti previdenziali, dell’Iva e del credito privilegiato dell’Erario. L’agenzia delle Entrate si era opposta, ritenendo illegittima la falcidia; ciò in base all’articolo 182-ter, comma 1, della legge fallimentare (Rd 267/1942), secondo cui, «con riguardo all’imposta sul valore aggiunto e alle ritenute operate e non versate, la proposta può prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento».

La Corte Ue

Il Tribunale respinge l’opposizione dell’Agenzia, allineandosi alla sentenza della Corte di giustizia europea del 7 aprile. I giudici dell’Ue si sono pronunciati sul rinvio pregiudiziale (previsto dall’articolo 267 del Trattato sul funzionamento dell’Ue) di un tribunale italiano, a cui un’impresa aveva presentato una domanda di concordato preventivo che ipotizzava il pagamento parziale dell’Iva. Il giudice del rinvio aveva chiesto se fosse ammissibile un concordato preventivo che proponesse il pagamento solo parziale del credito dello Stato relativo all’Iva; il quesito riguardava, in particolare, il caso in cui non fosse prevedibile, per quel credito, un pagamento maggiore in ipotesi di fallimento dell’impresa.

La Corte Ue ha ricordato che la procedura di concordato preventivo comporta che l’imprenditore insolvente liquidi il suo intero patrimonio per saldare i propri debiti. Se i beni non sono sufficienti a rimborsare tutti i crediti, il pagamento parziale di un credito privilegiato può essere ammesso solo se un esperto indipendente attesta che il credito non avrebbe un trattamento più favorevole in caso di fallimento del debitore. La procedura di concordato preventivo consente dunque «di accertare - si legge nella sentenza dei giudici europei - che, a causa dello stato di insolvenza dell’imprenditore, lo Stato membro interessato non possa recuperare il proprio credito Iva in misura maggiore».

Di conseguenza, l’ammissione del pagamento parziale di un credito Iva nell’ambito di una procedura di concordato preventivo «non è contraria all’obbligo degli Stati membri di garantire il prelievo integrale dell’Iva nel loro territorio nonché la riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione». E dunque - ha concluso la Corte -, la normativa europea consente di interpretare la disciplina italiana nel senso che un imprenditore in stato di insolvenza può presentare a un giudice una domanda di concordato preventivo «con la quale proponga di pagare solo parzialmente un debito dell’Iva»; è necessario, però, che un esperto indipendente accerti che quel debito non riceverebbe un trattamento migliore in ipotesi di pronuncia di fallimento.

La conclusione del Tribunale

In base a queste premesse, il Tribunale di Livorno chiarisce che è venuto meno l’argomento che aveva portato la Cassazione (con la sentenza 14447/2014) ad affermare che l’intangibilità dell’Iva è di interesse comunitario e quindi sottoposta a vincoli. Lo stesso ragionamento, sostengono i giudici di Livorno, deve valere anche per i contributi previdenziali, visto che, tra l’altro, non hanno il rilievo europeo che aveva portato la Cassazione a escludere la possibilità di “tagliare” l’Iva con il concordato preventivo. Ma soprattutto, il Tribunale giunge alla conclusione che «la non falcidiabilità di Iva e ritenute deve essere confinata nell’ambito della transazione fiscale».

La proposta di concordato è quindi omologata. Le spese di lite sono compensate, giacché «la decisione si fonda sulla recentissima sentenza» della Corte europea.


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