Civile

L’incidente in bicicletta per andare al lavoro integra l’infortunio in itinere

Giampaolo Piagnerelli


L'infortunio in itinere va riconosciuto quando l'utilizzo del mezzo privato sia necessario e quando il dipendete non metta a rischio volontariamente la propria incolumità, interrompendo così il nesso che deve esserci tra lavoro, rischio ed evento. A chiarirlo la Cassazione con la sentenza n. 7313/2016. La Corte si è trovata alle prese con un dipendente che per raggiungere il luogo di lavoro aveva utilizzato la bicicletta ed era stato investito da un motociclo nel percorso casa-lavoro.

La sentenza di merito - I giudici della Corte d'appello di Firenze avevano ritenuto che il prestatore non avesse dimostrato la contingente necessità dedotta per fare ricorso al mezzo privato, e poiché il percorso da coprire, benchè non fosse servito da mezzi pubblici era di soli cinquecento metri, doveva ritenersi che l'uso del mezzo privato non fosse comunque necessitato, potendo lo stesso percorso essere coperto a piedi nel giro di pochi minuti (7,5), mentre l'utilizzo della bicicletta in città, in quanto soggetto ai pericoli del traffico, rappresentava un aggravamento del rischio rispetto all'andare a piedi, tanto più nel mese di gennaio quando si era verificato l'infortunio. I giudici di seconde cure in sostanza avevano decretato le modalità per recarsi al lavoro, sconfinando probabilmente in un giudizio personale per certi versi lesivo di diversi diritti costituzionali del dipendente.

L'utilizzo del mezzo di trasporto privato - La Cassazione, invece, richiamando precedenti giurisprudenziali, ha precisato che in materia di infortunio in itinere l'assicurazione comprende anche l'utilizzo del mezzo di trasporto privato allorchè imposto da particolari esigenze nell'ambito delle quali preminente rilievo assumono i luoghi in cui la personalità dell'individuo si realizza in rapporto con la comunità familiare. Questa - ribadiscono i Supremi giudici - «si tratta di una definizione della fattispecie dell'infortunio in itinere che va senz'altro condivisa perché maggior rispettosa dei canoni costituzionali della ragionevolezza (articolo 3 della Costituzione) e della protezione dei lavoratori in caso d'infortunio (articolo 38 della Costituzione)». Decisamente significativo è poi il richiamo alla recente normativa sulla green economy (legge n. 221/2016) che per l'appunto prevede specifiche disposizioni volte a incentivare la mobilità sostenibile anche nei percorsi casa lavoro, incluse le iniziative di bike-pooling e di bike-sharing, in programmi di educazione e sicurezza stradale, di riduzione del traffico, dell'inquinamento e della sosta degli autoveicoli in prossimità delle sedi di lavoro «anche al fine di contrastare problemi derivanti dalla vita sedentaria».

Conclusioni - L'utilizzo della bicicletta da parte del lavoratore per andare al lavoro deve essere allora valutato in relazione al costume sociale, alle normali esigenze familiari del lavoratore, alla presenza di mezzi pubblici, alla modalità di organizzazione dei servizi pubblici di trasporto nei luoghi in cui è più diffuso l'utilizzo della bicicletta, alla tipologia del percorso effettuato, alla conformazione dei luoghi alle condizioni climatiche in atto. Poiché la sentenza della Corte d'appello non ha minimamente considerato tutti questi elementi nel loro insieme è stato riconosciuto il risarcimento per l'incidente avvenuto in itinere.


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