Civile

Se la crisi era già in atto l'infedeltà non conta ai fini dell'addebito

Francesco Machina Grifeo

L'inosservanza dell'obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave che «determinando normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l'addebito della separazione al coniuge responsabile». Lo ha stabilito il Tribunale di Nuoro, con la sentenza del 29 settembre 2015 n. 552 , specificando, sulla scorta della giurisprudenza di Cassazione (n. 25618/2007; n. 8512/2006), che tale regola vale «sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento dei coniugi, da cui emerga la preesistenza di una crisi già in atto».

La vicenda prende le mosse dalla richiesta di separazione con addebito da parte di una moglie che alla fine del 2010 aveva scoperto una relazione adulterina del coniuge che «andava avanti da diversi anni». Il marito si era difeso sostenendo che «non aveva avuto alcun sostegno psicologico o affettivo» dalla moglie durante il rovescio economico della cooperativa di cui era amministratore, e che, «stante la crisi coniugale, si era rivolto ad un psicoterapeuta» ma la consorte non si era mai presentata agli incontri, negando fra l'altro qualsiasi relazione.

Il tribunale ricorda che sulla parte richiedente l'addebito «grava l'onere di provare sia la contrarietà del comportamento di questi ai doveri che derivano dal matrimonio, e sia l'efficacia causale di questi comportamenti nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza» (Cass. n. 1484/2006). Tuttavia, «laddove la ragione dell'addebito sia costituita dall'inosservanza dell'obbligo di fedeltà coniugale, questo comportamento, se provato, fa presumere che abbia reso la convivenza intollerabile», sicché la parte che lo ha allegato «ha interamente assolto l'onere della prova per la parte su di lei gravante». Tale regola, invece, come detto, viene meno «quando si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale» (Cass. n. 2059/2012).

Nel merito poi il tribunale ha ritenuto provate le infedeltà del coniuge, a seguito di prove raccolte da un teste che l'aveva pedinato, ma non la preesistenza della crisi come sostenuto dal marito. A tal fine, precisa la sentenza, «non può ritenersi idonea la circostanza che l'uomo si sia rivolto, prima della nascita del secondo figlio, ad un psicoterapeuta per difficoltà di comunicazione nella coppia». Si tratta infatti di circostanze che non appaiono sufficienti «a evidenziare l'esistenza di una situazione di crisi irrimediabile, tale da lasciar supporre che la convivenza coniugale fosse meramente formale». Condizione, conclude il testo, fra l'altro esclusa dalla nascita successiva del figlio.


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