Civile

Le formule standard non bastano

di Aldo Angelo Dolmetta

In materia di onere della prova e con riferimento a un tema ancor più generale nel quadro della prassi operativa, il Tribunale di Prato, con la sentenza del 13 giugno 2015 , ha precisato che le dichiarazioni standardizzate dei clienti non sollevano la banca dall’adempimento corretto e diligente degli obblighi informativi.

La questione riguardava il rilievo probatorio della dichiarazione che il cliente rende con formula standard senza specificare le informazioni trasmessegli e la loro capacità di dimostrare che la banca lo ha opportunamente informato sulla natura degli investimenti, dei rischi relativi e alla loro inadeguatezza per il suo profilo di rischio. Nel merito, la decisione del Tribunale di Prato chiarisce invece che la produzione in giudizio di una tale dichiarazione del cliente lascia inalterato e intatto l’onere della banca di provare il corretto e diligente adempimento agli obblighi informativi che la legge pone a carico dell’istituto.

Così facendo, la sentenza riprende un orientamento già affermatosi nella giurisprudenza della Corte di Cassazione: una generica e standardizzata dichiarazione di essere stati adeguatamente informati, oltre a non poter essere in alcun modo qualificata come confessione (si tratta di un giudizio), non è in sé idonea neanche ad integrare la prova della banca di aver adempiuto ai propri obblighi informativi (si veda, da ultimo, la sentenza della Cassazione del 17 aprile 2015, n. 7922 ).

In effetti, si potrebbe iniziare a discutere di un valore probatorio della dichiarazione del cliente solo quando essa – lungi dal limitarsi a giudizi di genere, e preconfezionati per di più – indichi (pur in sintesi) quanto la banca ha informato dell’investimento (che pur qualcuno avrà prima proposto).

Il discorso si sposta, dunque, sulla misura, adeguatezza e specificità del comportamento in concreto tenuto dalla banca.

A questo proposito, una recente sentenza della Suprema Corte (6 marzo 2015, n. 4620 ) ha ritenuto sufficienti le seguenti indicazioni: «titolo non quotato – operazione non allineata alla linea di investimento concordata – comunicazione per lettera».

Il passo avanti è netto, poiché la Corte chiarisce che la mera dichiarazione generica del cliente non è sufficiente se non indica almeno le informazioni specificamente fornite.

Può bastare? Invero, delle perplessità rimangono sull’effettiva valenza informativa del dato, nudo e crudo, della non quotazione del titolo. D’altro canto, resta oscuro perché, allora, non si sia direttamente passati all’esame dei contenuti della lettera a suo tempo inviata dalla banca al cliente.


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