Civile

L’intervista sul giornale vale come testimonianza e smaschera la simulazione

Giampaolo Piagnerelli


La simulazione nella cessione delle azioni può emergere anche a seguito di un'intervista giornalistica. A chiarirlo la Cassazione con la sentenza n. 15845/2015 . La Corte si è adeguata a quanto stabilito dal giudice distrettuale che ha affermato l'esistenza del principio di prova scritta che in quanto tale autorizzava il ricorso alla prova testimoniale, individuandolo nell'intervista rilasciata dal soggetto che aveva messo in atto la simulazione a un giornalista.

La sentenza d’appello - Secondo il giudice di merito l'intervista analizzata nel dettaglio si risolveva in una chiara ammissione di un ruolo effettivo svolto dal cedente all'interno della compagine sociale, anche se non ufficializzato, e rendevano plausibile il fatto che la vendita delle azioni fosse stata solo apparente, anche se il documento non conteneva un preciso riferimento al fatto controverso, bastando l'esistenza del nesso logico tra lo scritto e il fatto. Ma a convincere ulteriormente il giudice di merito sussistevano una serie di indizi assolutamente gravi, precisi e concordanti che andavano a suffragare e a integrare al tempo stesso gli elementi desunti dall'intervista. Ad esempio l'ingente numero delle cambiali firmate dal cessionario, mai riscosse né messe in circolazione; la mancata allegazione delle modalità di pagamento del prezzo da parte dell'acquirente e la conservazione dei certificati azionari da parte del cedente. Il ricorrente nei tanti motivi di appello aveva rilevato che alla base di tutto era stata posta una dichiarazione stragiudiziale, un documento così privo di sottoscrizione e, pertanto, inutilizzabile come prova. Sul punto è intervenuta la Cassazione fornendo chiarimenti. La Corte ha richiamato un precedente (sentenza n. 2212/1968) secondo cui può costituire principio di prova scritta anche una scrittura non firmata, purchè espressamente o tacitamente accettata dall'autore e perfino uno scritto altrui, purchè colui contro il quale è fatto valere lo abbia fatto proprio e ne abbia dato incarico, anche verbale all'autore dello scritto.

Conclusioni - A fronte di questa puntualizzazione gli Ermellini hanno precisato che la Corte d'Appello aveva deciso in senso sfavorevole al ricorrente, anche e non solo sulla base del valore legale della confessione stragiudiziale, tanto è vero che nella sentenza di merito era stato affermato che la «la prova della simulazione deve pertanto ritenersi acquisita per mezzo di presunzioni. Le risultanze della prova testimoniale vanno prese in considerazione solo come elementi confermativi di una realtà già emersa in base alla prova logica».


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