Civile

Divorzio, anche il Tfr finisce nella divisione dei beni in comunione legale

di Mario Finocchiaro

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In caso di divisione, tra coniugi separati, dei beni della comunione legale, la allegazione – da parte del marito – dell'avvenuto versamento sul conto corrente bancario cointestato dell'intero importo riscosso a titolo di trattamento di fine rapporto fa presumere che la intera somma – e quindi anche per la parte maturata anteriormente al sorgere del regime di comunione legale - sia stata da questi volontariamente conferita in comunione e, comunque, soggetta alla disciplina di cui all'articolo 177, lettera c) del Codice civile . Lo ha precisato la Sezione I, della Cassazione con la sentenza 27 maggio 2015 n. 10942.

I precedenti in contrasto - L'affermazione riassunta in massima suscita notevoli perplessità. Come assolutamente pacifico nella giurisprudenza di legittimità, il trattamento di fine rapporto ha carattere retributivo e sinallagmatico costituendo istituto di retribuzione differita (in termini, ad esempio, Cassazione, sentenza 14 maggio 2013 n. 11479) E' palese – pertanto – che i ratei maturati anteriormente al matrimonio e al sorgere del regime di comunione legale, anche se riscossi in costanza di questo, esulano dalla previsione di cui all'articolo 177, lettera c) (proventi della attività separata di ciascuno dei coniugi) ma costituiscono, piuttosto, beni di cui prima del matrimonio il coniuge era proprietario (a norma dell'articolo 179, lettera a) Cc ).
Contemporaneamente deve escludersi – a mio sommesso avviso – accertata la provenienza della somma, che sia configurabile la presunzione (di conferimento della somma stessa in comunione) invocata dalla pronunzia in rassegna, solo perché depositata in un conto cointestato. Pur con i limiti derivanti alla autonomia dei singoli coniugi per effetto del regime di comunione legale dei beni al momento nessuna norma impone ai coniugi di tenere una contabilità in qualche modo analoga a quella obbligatoria per l'esercizio di attività commerciali o simili e preveda – perché operi l'articolo 179 Cc – l'esistenza, nell'ambito della famiglia, di una pluralità di (onerosi) conti correnti bancari. Del resto la presunzione che le somme depositate sul conto cointestato siano di entrambi gli intestatari del conto stesso opera nei confronti dei terzi, non certo degli intestatari, ognuno dei quali può opporre all'altro, la esclusiva titolarità di parte di queste. (cfr., ad esempio, Cassazione, sentenza 2 dicembre 2013 n. 26991: nel conto corrente - bancario e di deposito titoli - intestato a due o più persone, i rapporti interni tra correntisti sono regolati non dall'articolo 1854 Cc , riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell'articolo 1298 Cc , in base al quale, in mancanza di prova contraria, le parti di ciascuno si presumono uguali, sicché ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell'altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all'intero svolgimento del rapporto).


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