Civile

Il professionista non deve risarcire il cliente ispiratore dell'illecito

Francesco Machina Grifeo

«Il cliente che richieda al professionista di commettere nel suo interesse un illecito, consapevole delle sanzioni cui va incontro, non ha titolo per avanzare pretese di danno nei confronti del medesimo in caso di effettiva irrogazione della sanzione da parte dell'Autorità competente». È questo il principio affermato daltribunale di Firenze, sentenza 3 settembre 2014 n. 2588 , che ha bocciato la richiesta di risarcimento di una azienda nei confronti del proprio consulente del lavoro per le sanzioni e gli interessi dovuti a seguito di una omissione contributiva.

La vicenda
- In particolare, l'Inps aveva accertato un debito causato dal mancato versamento dei contributi relativi ai giorni di assenza non retribuita fruiti dai lavoratori, ingiungendo alla S.r.l. il pagamento di 114.802 euro, di cui 52.000 a titolo di sanzioni ed interessi. Il consulente del lavoro si era però difeso sostenendo che l'erroneo calcolo dei contributi era dipeso da una precisa richiesta del cliente, «intenzionato a risparmiare sulle somme dovute all'Istituto previdenziale». L'istruttoria ha poi confermato la versione del convenuto accertando per testi che il professionista aveva agito in ossequio alla volontà del cliente che dunque era ben informato della «illegittimità del condotta e delle sue possibili conseguenze».

La scriminante
- Date queste premesse, per il tribunale «è da escludere che la condotta del professionista abbia cagionato un danno ingiusto risarcibile nei confronti del cliente, commisurato alle sanzioni ed agli interessi moratori applicati, ovvero ad ogni altra conseguenza pregiudizievole (es. costi di difesa)». L'antigiuridicità del danno è, infatti, «esclusa in forza della scriminante del consenso prestato, essendo i pregiudizi lamentati conseguenza - consapevolmente accettata dal cliente - dell'omissione contributiva». Infatti, «è evidente che nel richiedere al professionista di commettere l'evasione contributiva il cliente accetta il pregiudizio derivante dalle eventuali sanzioni applicate».

Responsabilità diverse
- Un ragionamento che porta il giudice a disattendere il diverso principio di diritto sancito dalla Suprema corte (n. 9916/2010) in base al quale invece va sempre affermata «la responsabilità civile del professionista per i danni economici sofferti dal cliente, consistenti nelle sanzioni applicate, per essere il primo comunque tenuto ad operare nel rispetto della legge». Secondo il tribunale infatti tale pronuncia, «allo stato del tutto isolata», non è condivisibile in quanto «non deve confondersi la responsabilità di natura pubblicistica del professionista (penale, amministrativa ovvero disciplinare) che commetta illeciti nell'esecuzione del mandato, ancorché nell'interesse e d'intesa con il cliente, da quella inerente la responsabilità civile dello stesso nei confronti di quest'ultimo, che è oggettivo beneficiario della condotta medesima».

«Se nel primo caso, e segnatamente per quanto attiene alla responsabilità penale ed amministrativa – prosegue la sentenza -, è pacifica la responsabilità personale del professionista per gli eventuali illeciti commessi nell'espletamento del mandato, in concorso con il cliente, certo non può sussistere alcuna responsabilità civile, di natura contrattuale od extracontrattuale, del primo nei confronti del secondo, per le conseguenze sfavorevoli che possano derivare al cliente in caso di accertamento dell'illecito».

Diversamente ragionando, infatti, risulterebbe palese la violazione dei principi generali dell'ordinamento in materia di efficacia scriminante del consenso, «ovvero in ordine alla tutelabilità delle pretese non meritevoli, secondo il noto brocardo latino per cui in pari causa turpitudinis melior est conditio possidetis».


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