Civile

Tutela allentata sul copyright per le piattaforme di video sharing

di Andrea Biondi e Laura Cavestri

La questione è puramente accademica dato che oggi Yahoo! Video non esiste più. Ma il principio stabilito dalla sentenza della Corte d’appello di Milano (n. 29/2015) nella causa che vede contrapposti Yahoo! e Reti Televisive Italiane Spa, del gruppo Mediaset è di quelle destinate a far discutere per il suo possibile impatto su un mondo magmatico come quello del copyright online .

Secondo il Tribunale di Milano, infatti, le piattaforme di video sharing non sono direttamente responsabili della pubblicazione da parte degli utenti di video coperti dal diritto d’autore, pur essendo tenute a rimuoverli, ma solo in presenza di segnalazioni «qualificate, puntuali e circoscritte».

La sentenza d’appello sconfessa, integralmente, le decisioni assunte in primo grado (n. 10893/2011), secondo le quali la diffusione, da parte di Yahoo!, di brani e filmati da programmi Tv costituiva violazione dei diritti di copyright. Inoltre, l’onere di provare che erano stati immessi solo con finalità di critica e discussione era ritenuto in carico allo stesso provider, che non poteva godere del regime di esenzione da responsabilità previsto dalla direttiva europea 2000/31/Ce sul commercio elettronico, in quanto Yahoo! doveva essere considerato hosting provider “attivo” e non “passivo”. Perché non si limitava a fornire uno spazio neutro all’utente ma aveva tutti gli strumenti e le funzioni per manipolare e trattare i contenuti (in questo caso, i video caricati)

La sentenza diffusa ieri, invece, ribalta queste argomentazioni. Secondo i giudici di secondo grado, Yahoo!, al tempo della controversia, erogava fra i suoi siti un servizio di pubblica fruizione di video, tramite il quale i singoli utenti potevano caricare su piattaforme a disposizione contenuti video da condividere con altri. Questi ultimi utenti, senza alcuna preventiva registrazione, potevano accedere, visionarli gratis e commentarli. Yahoo!, quindi, non sarebbe da ritenersi responsabile dei video caricati da terzi, non partecipando attivamente né alterando il loro caricamento.

Non ha quindi – per i giudici – un ruolo di hosting provider attivo. Ben altra responsabilità avrebbe se avesse partecipato al caricamento dei dati e non li avesse rimossi una volta informato dei loro contenuti illeciti. Del resto, la direttiva 2000/31/Ce sul commercio elettronico, «non impone obblighi di vigilanza preventivi, ma solo successivi, a seguito di segnalazione da parte dei titolari dei diritti d’autore o dell’autorità garante».

Quanto poi al fatto che basti una diffida di rimozione dei contenuti illeciti proveniente da una parte o serva un ordine di autorità giurisdizionale o amministrativa (Yahoo! era accusata di immobilismo e di non aver rimosso i video dopo la diffida per dilatare i tempi e continuare a guadagnare su quei video in termini di pubblicità), i giudici di secondo grado ritengono i due strumenti «equivalenti». Ma, in questi casi, non basta una diffida generica con solo il titolo del video. Il documento doveva contenere anche i relativi Url, cioè i link di riferimento «e non una mera ricerca generica per nome o titolo commerciale». Url individuati in un successivo documento e che, una volta forniti, sono stati – secondo i giudici – prontamente rimossi dal provider.

Dunque, secondo i giudici d’Appello, Yahoo! non era direttamente responsabile dei video caricati sulle sue piattaforme e, coi riferimenti adeguati, ha provveduto correttamente alla loro rimozione. Mediaset è stata condannata a liquidare oltre 150mila euro di spese processulali a Yahoo! Italia e 92mila euro a Yahoo!Inc. Mediaset ora ha già fatto sapere che ricorrerà in Cassazione contro una sentenza ritenuta «molto pericolosa per il futuro del diritto d’autore». Tutto questo senza dimenticare che la stessa Mediaset ha in sospeso vari contenziosi sul tema. Fra cui quello con Google e YouTube, ai quali il gruppo di Cologno ha chiesto 500 milioni.


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